CICLOFATTORINI E LA “EXUCUSATIO NON PETITA” DELL’ASSESSORE

tajani ALo abbiamo dovuto rileggere più volte l’intervento dell’assessora Cristina Tajani ospitato sulle pagine milanesi di Repubblica perché pensavamo di aver capito male. Pensavamo che una giunta che si definisce attenta ai bisogni sociali non avesse bisogno di aspettare uno sconvolgimento mondiale come la pandemia per accorgersi che a Milano lavoravano 3000 persone in un regime di schiavitù. Bastava ascoltare la voce diretta di chi tutti giorni macina chilometri in bicicletta nel traffico per rendersi conto che le condizioni di lavoro erano inaccettabili, quella dei sindacati confederali e di base che denunciavano il cottimo. Bastava leggere le cronache che ogni tanto parlavano di incidenti gravissimi e di persone che non avevano tutela per malattia o infortunio sul lavoro. Bastava anche solo guardarsi attorno per capire che chi, come dice Tajani, ha lavorato in condizioni drammatiche garantendo un servizio durante il lockdown lo faceva in questo modo.
Non abbiamo sentito né la sua voce né quella del sindaco Beppe Sala, tanto deciso nel rimproverare chi lavora in smart working dicendo che è ora di uscire dalla grotta e tornare a produrre quanto restio a picchiare i pugni sul tavolo con le piattaforme di delivery che si sono arricchite sulle spalle (letteralmente) di migliaia di lavoratori e lavoratrici. Ma come, ci chiediamo, una giunta che porta a casa le Olimpiadi invernali del 2026 non riesce a fare nulla per chi lavora in questa città?
La vita che conducono i ciclofattorini è il lato oscuro del modello Milano: precarietà, sfruttamento e impossibilità a vivere con un reddito basso.
Ci sono volute le sentenze della magistratura per mettere di fronte alle loro responsabilità le multinazionali delle consegne di cibo a domicilio. Le parole di Tajani suonano come una excusatio non petita. Che come dicevano i latini significa accusatio manifesta.
È ora di cambiare modello, così non ha funzionato.